giovedì 28 luglio 2011

Cancro al seno, la fertilità è possibile un ormone protegge le ovaie dalla chemio

Repubblica - 28 luglio 2011

Secondo uno studio dell'Istituto tumori di Genova, la somministrazione dell'ormone Lhrh mette al riparo le ovaie dai danni degli antitumorali e preserva la funzione riproduttiva. Così si evita la menopausa precoce, una realtà per il 50% delle pazienti affette da tumore della mammella

ROMA - Mettere al riparo le ovaie dai farmaci antitumorali per tutelare la fertilità dopo un tumore al seno. Un gruppo di ricercatori italiani ha studiato una tecnica che lascia sperare le pazienti colpite da questa malattia. Lo studio, pubblicato su Jama, è stato coordinato dall'Istituto dei tumori di Genova.

"Il cancro della mammella colpisce sempre più giovani: sei volte su 100 hanno meno di 40 anni - dice Lucia Del Mastro, coordinatrice della ricerca dell'Ist di Genova -. Ogni anno solo in Italia sono 2.300 i casi prococi, per questo è prioritario salvaguardare la possibilità di queste donne di diventare madri". La tecnica messa a punto dai ricercatori prevede la somministrazione di un farmaco che simula l'azione di un ormone, l'Lhrh, in grado di interferire con l'attività delle ovaie. In questo modo si crea una 'gabbia' che protegge i follicoli. In altre parole, secondo gli studiosi, è come se si mettessero le ovaie "al riparo" dalla chemioterapia, preservando così la funzione riproduttiva e riducendo, anche se non eliminando del tutto, i danni provocati dai farmaci antitumorali. E questo consente anche di evitare la menopausa precoce: una realtà per in circa quattro pazienti su 10.

Cinque anni di test. Lo studio è stato condotto dal 2003 al 2008 su 281 donne in 16 centri aderenti al Gruppo italiano mammella (Gim). La tecnica messa a punto dall'Ist, spiega Marco Venturini, presidente Aiom e fra gli autori della ricerca, "consiste nella somministrazione della triptorelina, un ormone analogo dell'Lhrh, che per sua natura agisce 'proteggendo' i tessuti che proliferano rapidamente". Nel gruppo di pazienti trattato, l'8,9% è andato incontro a menopausa precoce rispetto al 25,9% di chi aveva ricevuto le cure standard, con una differenza assoluta del 17%. Non solo quindi la tecnica funziona ma, aggiunge Lucia Del Mastro, "i dati oggi disponibili non hanno indicato alcun effetto negativo sull'efficacia della chemioterapia".

Come agisce con tumori ormonosensibili. "Il ciclo mestrauale salta nel 40% di casi di donne sottoposte a chemioterapia, perché nel corso della cura i follicoli dell'ovaio vengono distrutti - spiega Del Mastro -. Utilizzando questo farmaco innovativo prima della chemio, riusciamo a proteggere le ovaie e i follicoli rimangono intatti. Abbiamo applicato questa tecnica anche nei casi di tumori ormonosensibili e si è dimostrata efficace. E' chiaro però che in questi casi, dopo la chemio sono necessari cinque anni di terapie antitumorali. Per questo motivo l'eventuale tentativo di avere una gravidanza va rimandato".

Meno disturbi. I ricercatori hanno verificato che bloccando le mestruazioni si fermano gli effetti collaterali della chemio, mentre senza questa terapia il danno alla funzione ovarica resta. Questo risultato, dice Venturini "è importante non solo sul fronte della salvaguardia della fertilità della donna colpita da cancro dopo la chemioterapia, ma che ha delle implicazioni molto forti anche sulla problematica della menopausa precoce". La tecnica, ribattezzata 'blocca-ovaie', migliora anche la qualità di vita della donna, evitandole disturbi come l'osteoporosi o le caldane. Grazie alla scoperta dei ricercatori italiani si aprono nuove speranze di diventare mamma per molte pazienti.

"Questa tecnica - precisa Venturini - non va ad escludere, ma semmai ad affiancare la pratica di mettere da parte gli ovuli e di congelarli prima di sottoporsi a chemioterapia per poi riutilizzarli con la fecondazione assistita".

"Addormentare le ovaie non preserva al 100% la fertilità", aggiunge Venturini, ma comunque "aumenta le possibilità di avere mestruazioni normali dopo le cure antitumorali". Possibilità che variano in base a diversi fattori, dal tipo di chemioterapia all'età della paziente. "La somministrazione dell'analogo dell'ormone Lhrh, almeno in donne con tumore alla mammella, potrebbe diventare uno standard - conclude Venturini - e essere utilizzata subito dagli oncologi per tutte le donne che vogliono ridurre il rischio di una menopausa precoce indotta dalla chemioterapia".

Nuove gravidanze dopo la malattia. Questa scoperta apre speranze per salvare la fertilità della donna, ma i ricercatori aspettano ulteriori conferme da nuovi test. "La tecnica può essere utile per prevenire la menopausa precoce. La prevenzione della menopausa è ovviamente condizione necessaria per la potenziale fertilità - conclude Del Mastro - . Ad oggi noi abbiamo osservato tre gravidanze nel gruppo di donne trattate con triptorelin e una gravidanza nel gruppo trattato con da sola. Sono neccessari tempi di osservazione più lunghi per avere una risposta definitiva sulla capacità di questa tecnica di preservare anche la fertilità".

I dati. In Italia ogni anno oltre 38 mila donne si ammalano di tumore al seno, circa una su dieci. Più dell'80 per cento dei casi riguarda persone che hanno superato i 50 anni. E’ importante valutare anche la familiarità, dal momento che circa il 10 per cento delle pazienti colpite dalla malattiaha più di un familiare stretto malato.

VALERIA PINI

lunedì 25 luglio 2011

Figli in provetta, mamma a 48 anni

Il Centro - 25 luglio 2011 — pagina 01 sezione: Chieti

CHIETI. Figli in provetta per non rinunciare al desiderio della maternità. Sono 179 le donne rimaste incinte nel solo 2010 grazie al Centro di medicina della riproduzione dell’ospedale Santissima Annunziata di Chieti. Al caso di Angela Palumbo, che a Sulmona ha partorito il suo Cristian all’età di 58 anni, risponde l’esperienza teatina, che si occupa di fecondazione assistita fin dal 1997. Tra le donne in gravidanza ce n’è una di 48 anni, la più anziana nella storia del centro teatino. La donna, che è ancora in età fertile, ha ottenuto la gravidanza con i propri ovuli.
«La legge italiana», dice Giammario Tiboni, responsabile della Medicina della riproduzione a Chieti, «tutela molto l’embrione. Non possono essere trattate con le nostre metodiche donne al di fuori dell’età fertile».
I divieti legislativi puntano, dunque, a scongiurare i casi di mamme-nonne. Ci sono anche altri limiti, come il no alla fecondazione eterologa, ossia il ricorso ad ovuli o sperma di membri esterni alla coppia, così come quello all’utero in affitto.
Nonostante ciò, la richiesta di trattamenti a Chieti è in costante aumento, in arrivo nel 20 per cento dei casi da fuori regione, in particolare Lazio, Marche e Puglia.
«In Italia la fecondazione assistita è possibile», continua Tiboni, «e ci sono centri pubblici che si dedicano da anni alle problematiche associate. I risultati da noi sono confortanti, con il 29 per cento delle donne trattate che riesce a rimanere incinta e un 15 per cento in media di gravidanze gemellari».
Proprio sui parti plurimi il Centro di Tiboni ha attivato un protocollo di monitoraggio intensivo delle donne in attesa, che ha dato ottimi risultati.
Nel 2009, primo anno di intervento in tal senso, su 165 gravidanze ben 21 gemellari andarono a buon fine con 44 nuovi nati.
Il Centro in media porta a termine ogni anno oltre 500 tecniche di fecondazione in vitro, l’unico in Abruzzo a farle, e oltre 600 inseminazioni artificiali.
Un’eccellenza che paga un prezzo amaro. Opera, infatti, ancora in ristrettezze di spazio e personale. All’interno della ginecologia teatina spesso le pazienti, che devono combattere con le problematiche della fertilità, si ritrovano ricoverate con accanto le neo-mamme e le loro culle.
E’ sottodimensionato anche il personale. L’unico strutturato è Tiboni, poi ci sono due medici a contratto e tre con borsa di studio.
«La Asl ha in programma di metter su un reparto dedicato a Ortona», rassicura Tiboni, «con tre laboratori, sala chirurgica, otto posti letto e stanze dedicate a ecografia e inseminazione. Oltre, finalmente, a un centro di crioconservazione di ovociti e tessuto ovarico, quest’ultimo di donne che sono sottoposte a terapie antitumorali e rischiano di perdere la fertilità».
Il centro teatino, infine, iscritto nel registro nazionale di procreazione medicalmente assistita dell’Istituto superiore di sanità e nel Centro nazionale trapianti, non ancora è inserito tra i centri di riferimento regionali, nonostante la domanda sia stata presentata oltre sei anni fa e sia l’unico a praticare in Abruzzo tecniche del cosiddetto “secondo livello”.

Sipo Beverelli

martedì 12 luglio 2011

Procreazione assistita, tra Sos età e riserva ovarica

Repubblica - 12 luglio 2011 — pagina 33 sezione: SALUTE

Il tre per cento dei bambini scandinavi - e forse non a caso l' Eshre, la società europea di riproduzione umana ed embriologia ha scelto Stoccolma come sede del suo ventisettesimo congresso internazionale - nasce con tecniche di procreazione assistita (Pma). Una percentuale elevata, se si pensa che negli altri Paesi europei la media oscilla tra l' 1,5 e l' 1,8 per cento. La strada seguita nei paesi nordici è quella delle gravidanze singole, con trasferimento di un singolo embrione. La Svezia, in particolare, ha il numero più elevato di trasferimenti singoli in Europa: il 95,3 per cento. E il Belgio non rimborsa i cicli con transfer multipli. In Italia, invece, il trasferimento di un singolo embrione non è certo maggioranza. Per vari motivi: l' età media delle donne che chiedono la Pma, 36 anni ma in molti casi anche 40, e i tempi di attesa che nei centri pubblici oscillano tra 1 e 2 anni. E infatti la Pma in Italia si fa molto nei centri privati (55% del totale) e nei privati accreditati (7,7%). Altro problema, che ha un riflesso sulle liste d' attesa, è il numero dei tentativi concessi alla coppia per arrivare ad una gravidanza, attualmente non stabilito. Per tutte queste ragioni - con l' obiettivo di riuscire ovviamente ad arrivare al cosiddetto bambino in braccio - i trasferimenti di singoli embrioni in cicli a fresco (senza cioè ricorrere a congelamenti) di Ivf (o Fivet) e Icsi in Italia sono soltanto il 19 per cento (dati ministero della Salute 2011), contro i 33,6 di quelli con due embrioni e addirittura il 44,8 per cento dei trasferimenti tripli. Hanno percentuali più alte solo Bulgaria (56,1), Turchia (64,5) e Grecia (68,9). E mentre nel resto del mondo la gravidanza multipla è considerata un fallimento della Pma, per mortalità e malattie correlate ai nati, in Italia quasi la si insegue per tentare una gravidanza in donne anziane (over 35). Ma se è vero che, sopra i 40 anni (vedi disegno) le percentuali di successo crollano drasticamente, è altrettanto vero che l' età anagrafica è un elemento importante ma generico. «La cosa più sensata - racconta Antonino Guglielmino, del centro Hera di Catania, 800 cicli l' anno in una regione in cui l' 87% dei cicli è in mano ai privati - è valutare la funzionalità delle ovaie e la riserva ovarica, perché ci sono donne che a 43 anni possono provarci e donne di 37 che non ha senso sottoporre a terapia. Non è logico il limite dei 50 anni posto dal Veneto, crea false aspettative. Utile invece quello che fa l' Aifa, che lega il rimborso dei farmaci per la stimolazione allo stato ormonale delle donne e non all' età: chi ha l' Fsh sopra 30 non avrà rimborso perché tentare una gravidanza è insensato. Il messaggio per le coppie è pensarci prima». E invece l' età delle donne che si avvicinano alla Pma è non solo alta ma in aumento: secondo l' ultima relazione del ministero della Salute è salita da 35,9 a 36,2. Altro discorso è quello legato al numero di tentativi concesso ad una coppia. Quando ci si deve fermare? E chi lo decide? «Lo decide il medico - chiarisce Francesco Fusi, che guida il Centro di fisiopatologia della riproduzione degli Ospedali Riuniti di Bergamo - anche se non è sempre facile dirlo alle coppie. Del resto continuare a oltranza non ha senso, soprattutto quando i parametri medici indicano chiaramente che le percentuali di gravidanza sono nulle». Questo non toglie, però, che coppie dissuase in un centro possano mettersi in lista d' attesa da un' altra parte, o affidarsi ai privati. Con un limite puramente economico. «Ci credo fino ad un certo punto- conclude Guglielmino - in Australia sono concessi gratis sei tentativi ma la maggior parte delle donne si ferma a 3,3. Perché non regge lo stress psicologico legato alle pratiche».

DAL NOSTRO INVIATO ELVIRA NASELLI STOCCOLMA

martedì 5 luglio 2011

Pma e Fivet, nuovo studio rivela "Più a rischio ovuli delle over 35"

Repubblica - 5 luglio 2011

Una ricerca presentata al congresso della Società europea di riproduzione umana ed embriologia indica la possibilità di aumento di alterazioni cromosomiche nei casi di stimolazione farmacologica su donne non più giovani

STOCCOLMA - La stimolazione farmacologica delle ovaie in donne "anziane", sottoposte a trattamenti farmacologici per la fertilità, potrebbe provocare un aumento delle alterazioni cromosomiche negli ovociti prodotti e portare al fallimento della fertilizzazione in vitro, all'interruzione di gravidanza e, più raramente, alla nascita di bambini con alterazioni del numero di cromosomi (come la sindrome di Down).

Utile precisare che per "donne anziane", al congresso europeo dell'Eshre, la società europea di riproduzione umana ed embriologia, che riunisce in questi giorni a Stoccolma novemila specialisti da 115 paesi del mondo, si intendono le over 35, età in cui spesso, nel nostro paese, si comincia appena a pensare di poter avere un figlio.

Lo studio - risultato di un progetto pilota condotto dall'università di Bonn e dal Sismer di Bologna e i cui risultati sono in via di pubblicazione su Human Reproduction - ha utilizzato un nuovo metodo di esame dei globuli polari, piccole cellule prodotte nel corso dello sviluppo dell'ovocita, esaminati con la tecnica Cgh (microarray comparative genomic hybridisation). E si è scelto di studiare l'ovocita perché più soggetto ad anomalie nel numero dei cromosomi rispetto allo sperma.

"Grazie a questa nuova tecnologia del microarray - spiega Luca Gianaroli, chairman Eshre e presidente Sismer, Società italiana studi di medicina della riproduzione - si riescono ad analizzare anche da una sola cellula i frammenti di Dna, e di conseguenza a contare i cromosomi, tutte e 23 le paia. Analizzando i globuli polari, che sono i prodotti di scarto dell'uovo, prima della fecondazione e dopo l'ingresso dello spermatozoo, siamo riusciti ad individuare le anomalie cromosomiche. Se rimuoviamo gli ovociti patologici riduciamo il tempo che occorre per arrivare a una gravidanza, tenendo conto che comunque sopra i 35 anni oltre la metà degli ovociti è danneggiata, e che dai 43 anni in poi la percentuale sale fino al 70 per cento".

Lo studio ha preso in esame 34 coppie che si stavano sottoponendo alle fertilizzazione in vitro, esaminando con il loro consenso i globuli polari. L'età media della donna era di 40 anni (con un range tra 33 e 44). Escludendo le anomalie strutturali cromosomiche sono stati individuati errori nella meiosi femminile (processo di divisione cellulare fondamentale nella riproduzione sessuale, ndr) in 227 cromosomi analizzati su 2376. Il modello di questi errori rivelato dal sistema microarray Cgh, soprattutto nelle donne over 35 che si sottopongono a Fivet, è significativamente diverso dal concepimento naturale e l'alta incidenza di errori multipli nella fase della meiosi può indicare - secondo gli esperti - che la stimolazione ovarica coi i farmaci disturba gli ovociti "anziani".

"Questo studio - spiega Gianaroli - conferma dunque che l'età della donna influenza in modo molto severo la qualità degli ovociti. E a settembre continuiamo con uno studio prospettico randomizzato su centinaia di pazienti, che durerà un anno e mezzo, e coinvolgerà altri 5 centri europei e Israele".

Altro obiettivo dello studio - ha spiegato il professor Alan Handyside, direttore del London Bridge fertility, Gynaecology and Genetics Centre - è quello di analizzare la diversa incidenza di questi errori a seconda del differente regime di stimolazione degli ovociti utilizzato, compreso un regime leggero e anche un ciclo naturale di Fivet, in cui è prelevato un singolo ovocita per ciclo, fertilizzato e poi ritrasferito nella donna. "Il risultato delle nostre ricerche - ha concluso Handyside - dovrebbe permetterci di identificare le migliori strategie cliniche per ridurre l'incidenza di errori cromosomici nelle donne più anziane che si sottopongono a Fivet".

Avendo inoltre la possibilità - ha precisato il professor Joep Geraedts, coordinatore della task force Eshre sugli screening genetici pre-impianto - di identificare quelle donne che vorrebbero utilizzare i proprio ovociti ma che non hanno alcuna chance di successo. "Indirizzandole - ha spiegato - verso l'ovodonazione".
Pratica ancora vietata nel nostro paese, dove però c'è grande attesa tra gli specialisti e le coppie per la sentenza della Grande Camera della Corte europea di Strasburgo che arriverà quasi certamente entro settembre e che pronuncerà la parola definitiva sulla fecondazione eterologa, e quindi anche sulla donazione di gameti maschili e femminili. E dopo quella di Strasburgo dovrebbe arrivare a breve anche la sentenza della Corte Costituzionale, cui hanno fatto ricorso per profili di incostituzionalità della legge 40 i tribunali di Catania, Milano e Firenze.

ELVIRA NASELLI

lunedì 27 giugno 2011

Legge sulla fecondazione artificiale: l'Europa sconfessa l'Italia

Corriere della Sera - 27 giugno 2011

La Corte dei diritti dell'uomo accoglie il ricorso di una coppia esclusa dalla normativa

MILANO - La Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo ha deciso di accogliere il ricorso presentato da una coppia italiana contro la legge 40 del 2004 sulla fecondazione assistita. Rosetta Costa e Walter Pavan, questi i nomi dei due ricorrenti, sono entrambi affetti da fibrosi cistica, una malattia genetica che si trasmette in un caso su quattro al nascituro e vorrebbero quindi poter ricorrere alla fertilizzazione in vitro per poter fare uno screening embrionale.

Ricorso Accolto - Ma attualmente la legge 40 non gli consente di ricorrere alla fertilizzazione in vitro, pratica riservata solo alle coppie sterili o a quelle in cui il partner maschile abbia una malattia sessualmente trasmettibile, come per esempio l'aids. La coppia si è quindi rivolta a Strasburgo sostenendo che, in base alla sua attuale formulazione, la legge 40 viola il loro diritto alla vita privata e familiare e quello a non essere discriminati rispetto ad altre coppie, diritti sanciti dagli articoli 8 e 14 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo. Nel comunicato con cui ha reso noto di aver accolto il ricorso della coppia italiana, la Corte sottolinea come coppie nella stessa situazione possano già ricorrere alla fertilizzazione in vitro (e quindi allo screening embrionale) in 15 Paesi europei: Belgio, Repubblica Ceca, Danimarca, Finlandia, Francia, Grecia, Paesi Bassi, Norvegia, Portogallo, Russia, Slovacchia, Slovenia, Spagna, Svezia e Regno Unito.

Roccella "Vorrebbero eliminare gli embrioni malati"- Il ricorso presentato da una coppia italiana alla Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo contro la legge 40 «si basa su un presupposto che è esplicitamente vietato dalla legge, cioè la possibilità di selezionare gli embrioni». Lo sottolinea il sottosegretario alla Salute Eugenia Roccella, secondo cui «il parallelo che si fa nel ricorso con i malati di Aids non regge: a loro la fecondazione assistita è consentita perchè possono ricorrere al lavaggio del seme maschile, un trattamento sui gameti in grado di ridurre il rischio di infezione, ma la coppia in questione, malata di fibrosi cistica, non ha questa possibilità. L'unico motivo per cui può voler accedere alla fecondazione assistita è eliminare gli embrioni malati, una selezione che è vietata». Inoltre, precisa Roccella, «Il ricorso non è stato accolto, ma solo dichiarato ammissibile, poi verrà valutato. E secondo me non potrà essere approvato, perchè dalle informazioni in mio possesso la coppia non ha esaurito i gradi di giudizio in Italia, e la Corte europea può entrare in gioco solo in ultima istanza».

Redazione online salute

sabato 25 giugno 2011

Sempre di più i bimbi nati da ovociti congelati

Corriere della Sera - 25 giugno 2011

Dal 2005 al 2009 in Italia sono ben 1170, un primato
Alla base, la legge sulla fecondazione assistita


MILANO - La legge 40 sulla fecondazione assistita ha scatenato polemiche e cambiato nei fatti le prospettive di molte coppie in cerca di un figlio. Ma molti sono riusciti comunque ad avere il tanto desiderato bambino grazie a una tecnica, il congelamento degli ovociti, per cui l'Italia è all'avanguardia: secondo gli ultimi dati dell'Istituto Superiore di Sanità dal 2005 al 2009 nel nostro Paese sono nati 1170 bambini da ovociti congelati e sono stati ben 15068 i cicli di scongelamento di ovociti: un vero primato mondiale, arrivato forse perché abbiamo dovuto fare di necessità virtù.

TECNICA – L'Italia infatti ha puntato molto su questa tecnica proprio perché la legge del nostro Paese, fino alla sentenza della Corte di Cassazione del 2009, non consentiva di congelare embrioni. I primi successi risalgono però a tempi non sospetti: era infatti il 1997 quando nacque la prima bambina frutto del congelamento di un ovocita, poi fecondato direttamente attraverso l'iniezione di uno spermatozoo. Congelare l'uovo consente di superare d'un balzo i dilemmi etici posti dalla conservazione degli embrioni: l'ovocita è un gamete, come lo spermatozoo, e non una potenziale nuova vita messa in freezer. Oggi, al di là delle questioni di coscienza, gli studi scientifici e i dati che arrivano dai centri di fecondazione assistita fanno comprendere come la strada sia stata ormai imboccata con convinzione. Il nostro Paese continua a essere uno di quelli con il maggior numero di nuovi nati da ovociti congelati, e tutti i dati dimostrano che si tratta di una tecnica sicura.

OVOCITI – Tre anni fa, infatti, una prima indagine internazionale su tutti i bambini nati da ovociti congelati (per un terzo italiani, anche allora l'Italia aveva il primato) ha dimostrato che l'incidenza di difetti genetici fra questi piccoli è assolutamente identica a quella fra bimbi concepiti per via naturale. «Il Registro Internazionale che doveva riportare i dati di tutti i bimbi nati da ovociti congelati non è partito, ma tutti i dati raccolti anche dopo il 2008 confermano che non ci sono differenze nell'incidenza di problematiche genetiche. Certo, non stiamo parlando di una casistica di milioni di bambini e quindi la cautela è sempre obbligatoria», spiega Andrea Borini, responsabile clinico e scientifico di Tecnobios Procreazione, una delle strutture italiane dove è stata concepita gran parte del migliaio di bimbi nati da ovociti congelati. Le percentuali di successo con gli ovociti congelati oggi sono molto simili a quelle che si ottengono utilizzando embrioni congelati, ma non si tratta proprio della stessa cosa, come spiega Borini: «Il congelamento degli ovociti è un'opportunità per non dover ripetere troppe stimolazioni ovariche e per poter fecondare qualche embrione in più, fra cui scegliere quelli migliori per il trasferimento. È un metodo che garantisce buoni risultati: fino al 2009 non potevamo fare molto altro e abbiamo acquisito esperienza e capacità, che oggi ci consentono di proporre questa possibilità in più alle coppie che si rivolgono ai centri per la fecondazione assistita. È anche una tecnica che può essere molto utile per le donne che devono affrontare un trattamento antitumorale, per “conservare” la fertilità per il futuro, ma tuttora questa applicazione del congelamento degli ovociti non è diffusissima», conclude Borini.

Elena Meli

giovedì 16 giugno 2011

Fecondazione assistita, mamme fino a 50 anni

Corriere del Veneto - 16 giugno 2011

Delibera della Regione: "Non così rari i casi Nannini". Medici in rivolta: "Si alimentano solo false illusioni"

VENEZIA — Musa ispiratrice è stata anche Gianna Nannini, diventata mamma a 50 anni. Un messaggio di speranza che piace alla Regione al punto da rilanciarlo concedendo la fecondazione assistita in regime di livelli essenziali di assistenza (cioè a carico del sistema sanitario nazionale, la paziente paga solo il ticket) alle signore fino a 50 anni. Una decisione clamorosa, sancita dalla delibera che disciplina la materia approvata all’unanimità martedì dalla giunta Zaia, la quale ha alzato d’imperio il limite di 43 anni proposto dal gruppo tecnico (medici specialisti) voluto proprio da Palazzo Balbi per muoversi in base a dati scientifici sicuri. Disatteso il più importante, sono rimasti invariati gli altri parametri fissati dai ginecologi Federica Nenzi (ospedale di Oderzo), Antonino Lorè (primario a Belluno), Franco Diani (Azienda ospedaliera di Verona), Gianni Nardelli (primario dell’Azienda ospedaliera di Padova), Giancarlo Stellin (ospedale di Trecenta), Emanuela Zandonà (clinica Pederzoli di Peschiera) e Andrea Baffoni (ospedale di Conegliano): e cioè il massimo di 65 anni per il futuro padre, il termine di 4 cicli di trattamento per il primo livello e di 3 per il secondo (Fivet e Icsi).

Nuove chance «Portare il limite d’età a 50 anni è stata una scelta condivisa, anche dal governatore Luca Zaia— spiega Luca Coletto, assessore alla Sanità —. Pur nel rispetto della letteratura scientifica, non possiamo non tener conto di un’aspettativa di vita in crescita e di casi, come quello di Gianna Nannini, che testimoniano la possibilità di procreare anche nella maturità. Abbiamo voluto andare incontro ai desideri della nostra gente e regalare un’opportunità alle pazienti più grandi. Non c’è niente di male». L’altra novità introdotta in delibera per «incoraggiare le aspettative », è il considerare sinonimi la sterilità e «l’incapacità di concepire e di procreare dopo un anno o più di rapporti sessuali non protetti». Il che consente di avviare subito gli opportuni accertamenti diagnostici, senza perdere tempo. Infine cambiano le prestazioni di fecondazione assistita (anche per «razionalizzare le risorse»), da garantire non più in regime di ricovero ma in ambulatorio, fatta eccezione per i casi a rischio. Le indicazioni citate, oltre all’obbligo di mantenere determinati requisiti, sono valide per i 17 centri pubblici e i 20 convenzionati autorizzati. Il privato continuerà a regolarsi sulla legge 40, che però non fissa limiti di età (anche se l’articolo 5 parla di «età potenzialmente fertile»).

Medici contro La «magnanimità» della Regione scatena le proteste dei medici, a partire dagli esperti del comitato tecnico. «In Italia non si registrano parti di donne sopra i 43 anni sottoposte a procreazione assistita — rivela la dottoressa Nenzi —. Ricorrere a tale tecnica per una cinquantenne significa ingolfare le liste d’attesa e sprecare soldi, che vengono sottratti a pazienti trentenni con tutte le carte in regola per diventare mamme. Perchè la Regione chiede il parere degli specialisti se poi non li ascolta?». «Non è condivisibile un limite d’età così avanzato—aggiunge il professor Nardelli — anche perchè aumentano i rischi di parto prematuro, di morte del feto e di eventi avversi per la gestante, che può incorrere in problemi cardiopolmonari, renali, di ipertensione e coagulazione. La Nannini? Una rondine non fa primavera. Certo, aumenta l’età delle donne che si rivolgono ai centri di procreazione assistita, ma gli insuccessi crescono proporzionalmente all’avanzare degli anni. Noi nel pubblico scoraggiamo le donne sopra i 43 anni, forse nel privato, dove conta anche l’interesse economico, non è sempre così. Ma ci chiediamo cosa è meglio per il bambino? Una donna di 50 anni ha l’energia per stare sveglia notti intere, per esempio?». Allibito anche Roberto Sposetti, presidente veneto della Sigo (Società italiana ginecologi e ostetrici), che nel 2001, prima dell’entrata in vigore della legge 40, praticò il cesareo a una mamma di 63 anni. «Alimentare le speranze di signore mature è una presa in giro — dice — e uno spreco di denaro pubblico. E comunque non è un bene per un bimbo avere una mamma-nonna». Il paradosso è che proprio ieri, mentre Coletto era a Roma, a pochi passi da lui si riunivano i referenti delle Regioni per la fecondazione assistita, guidati dal padovano Carlo Foresta. Su richiesta dell’Istituto superiore di Sanità, stanno redigendo un documento che fissa per tutta Italia il limite d’età della futura mamma tra i 42 e 43 anni. Se la commissione Salute, presieduta proprio da Coletto, lo recepirà con delibera sarà vigente anche in Veneto. Chi «sforerà» dovrà affrontare il trattamento in privato, pagandolo migliaia di euro di tasca propria. A questo punto la giunta Zaia non poteva rimandare l’approvazione del provvedimento? «Non è la prima volta che precorriamo i tempi— osserva Coletto—se il ministero ci chiederà di farlo, correggeremo il tiro».

Michela Nicolussi Moro