venerdì 13 marzo 2009

La promessa di Obama nel nome della scienza

Repubblica — 11 marzo 2009 pagina 26

La promessa di Obama "non possiamo garantire che scopriremo i trattamenti e le cure che cerchiamo ma possiamo promettere che le cercheremo ", è la stessa promessa della scienza. Per questo la scelta del neopresidente americano di abolire i limiti alle ricerche con le cellule embrionali va letta non solo come un' apertura alle staminali, ma come un' apertura alla libertà di ricerca scientifica, che, come ha commentato l' amico Renato Dulbecco su queste pagine, torna a vivere. Questo noi uomini di scienza chiediamo in tutto il mondo: la libertà di ricerca, che è sorella della libertà di pensiero. I freni che le ideologie - o meglio le loro esasperazioni - pongono al pensiero scientifico, sono un' anticamera pericolosa per il più importante dei diritti dell' uomo, e per questo ci inquietano. Non pensiamo noi medici (e biologi, fisici e chimici, astronomi...) che nessun limite debba essere posto alle applicazioni dei nuovi risultati della nostra ricerca, ma chiediamo la possibilità di raggiungere questi risultati, perché la società ne disponga in base alle proprie necessità e i proprio valori, seguendo il principio che "Tutto è concesso all' uso della scienza per l' uomo; tutto è negato all' uso dell' uomo per la scienza". In questo momento la biomedicina mondiale crede moltissimo nei possibili risultati della ricerca sulle cellule staminali embrionali, che sono cellule che dispongono del massimo della capacità generativa e possiedono la caratteristica unica di potersi trasformare in qualunque altro tipo di cellula. A partire da poche decine se ne possono ottenere centinaia di milioni, con le stesse potenzialità iniziali. Per questo sono una grande promessa per la terapia di alcune delle più gravi patologie dell' uomo, in particolare di quelle degenerative come il morbo di Parkinson o l' Alzheimer, o per la sclerosi multipla e la distrofia muscolare. Il loro l' utilizzo in ricerca è tuttavia oggetto di molte limitazioni e di grande dibattito nel mondo perché tocca da vicino il problema dell' inizio della vita ed è del tutto comprensibile l' affanno delle religioni, che considerano la vita un dono e una proprietà di Dio, di voler spostare sempre più indietro e sempre più in là i confini. Esiste però anche una realtà biologica che va considerata e a molti sembra eccessivo decretare che l' uovo femminile fecondato è persona. Un' ipotesi è quella di ritornare alla concezione di Tommaso d' Aquino che identifica l' inizio della vita con l' inizio del pensiero e dunque con il primo abbozzo di sistema nervoso. In attesa di una posizione che possa conciliare la varie visioni, è legittimo però fermare la ricerca che può portare una speranza di vita in più a tutti, di qualsiasi fede, o di nessuna fede? Va chiarito che il problema si è posto da pochi decenni al nostro pensiero, a seguito delle tecniche di lotta all' infertilità, che prevedono la fecondazione in vitro di più ovuli. Alcuni di essi vengono impiantati nell' utero, gli altri in sovrannumero vengono congelati. Il dilemma che molti credenti si pongono è se le poche cellule (visibili solo al microscopio) che formano l' embrione possano essere utilizzate per la ricerca biomedica. Va chiarito che tutti, credenti e non credenti, pensiamo che l' embrione debba essere utilizzato per far nascere bambini. E va anche precisato che nessuno mai ha pensato di "produrre" embrioni per la ricerca scientifica. Tuttavia gli embrioni sovrannumerari, detti anche embrioni "orfani", che come si è detto non sono utilizzati a scopo procreativo e vengono mantenuti congelati, potrebbero essere ragionevolmente utilizzati per creare cellule staminali che potrebbero alleviare le sofferenze di molti malati e in futuro giungere anche a guarire le malattie cronico-degenerative. Quindi ciò che noi medici ricercatori chiediamo è che siano utilizzati per la ricerca proprio le migliaia di embrioni congelati che giacciono nei frigoriferi dei centri per la fecondazione assistita e che sono destinati comunque a morire. Nel nostro Paese, poi, la situazione è ancora più difficile da capire. Si può accettare il divieto di utilizzare a scopi di ricerca gli embrioni destinati alla procreazione; ma la legge italiana vieta anche l' utilizzo di quegli ovuli fecondati umani (si stima siano circa 20.000) che non saranno mai impiantati. Tutti sappiamo che con il passare degli anni sono destinati a perdere la capacità di evolversi in un feto e poi in un neonato. In Gran Bretagna, ad esempio, vengono eliminati dopo cinque anni. D' altronde quale donna accetterebbe di ospitare nel proprio utero un embrione che è rimasto anni e anni congelato, sapendo che tentare una gravidanza sarebbe rischioso per la sua salute e quella del nascituro? Se un embrione perde la capacità di creare un essere vivente, che è il suo fine biologico, non ha più scopo di esistere. Così avviene in natura per milioni di embrioni ogni anno, che non avendo avuto la possibilità di impiantarsi nell' utero, vengono persi con il primo ciclo mestruale. Il suggerimento logico è quello di dirottare l' embrione verso la creazione di cellule staminali, dandogli quindi uno scopo sempre nobile e di alto valore, che è quello di curare quell' infinito esercito di pazienti affetti da malattie degenerative cerebrali, epatiche, cardiache. E resta inoltre "congelata" insieme agli embrioni anche la speranza di vedere sconfitte nelle generazioni dei nostri figli, quelle malattie degenerative che oggi non riusciamo a guarire.

UMBERTO VERONESI

giovedì 12 marzo 2009

Coro di scienziati contro la legge 40: penalizza le donne

La legge 40 sulla fecondazione assistita “penalizza le donne”, rappresenta “un’anomalia in occidente” e costringe spesso le coppie a “un esilio riproduttivo”. E’ netta la presa di posizione dei massimi esperti mondiali di fertilita’ e procreazione, riuniti a Venezia per il XIII Congresso mondiale sulla riproduzione umana. “La legge 40 - sottolinea il prof. Pasquale Patrizio, direttore del Centro della Fertilita’ dell’Universita’ di Yale (USA), uno dei piu’ importanti “cervelli” italiani da 20 anni in America – determina effetti paradossali: sono in crescita i parti multipli nelle donne giovani (under 37) ed e’ aumentato il numero di cicli necessari per ottenere le stesse chance di successo, soprattutto nelle donne con più di 38 anni. Si tratta di un’anomalia che ci vede da soli fra tutti i Paesi occidentali e che costringe le donne ad un vero e proprio “esilio riproduttivo””. I dati, spiegano gli esperti, parlano chiaro: le coppie italiane che ricorrono alla fecondazione assistita avranno, in un caso su 4, due gemelli. E nel 5% dei casi addirittura un parto trigemellare, con tutti i rischi che questo comporta. Un trend opposto a quello degli altri paesi europei, dove ogni anno si registra una lenta ma costante diminuzione delle nascite multiple, tanto che l’incidenza di gravidanze trigemine e’ ridotta quasi allo 0%. In Italia invece, dal 2004 non si e’ piu’ registrato alcun miglioramento. “Il nostro auspicio e’ che la legge cambi – spiega il prof. Andrea Genazzani, Direttore della Cattedra di Ostetricia e Ginecologia all’Università di Pisa e presidente del Congresso - All’estero si utilizzano tecniche di selezione degli embrioni estremamente avanzate, tanto che le percentuali di successo, anche con l’impianto di uno solo, raggiungono il 50%. In Italia invece e’ vietato il congelamento degli embrioni”. Inoltre, “no all’obbligatorieta’ di trasferire tutti gli embrioni: ci si dice, meglio che buttarli. Ma allora perche’ non congelarli?”. Un’apertura anche alla fecondazione eterologa, oggi vietata: “Non capisco – attacca il ginecologo – perche’ un organo si puo’ donare e un embrione no. Darebbe speranza a tante coppie che non possono avere figli, ma purtroppo manca la pietas”. Su questi temi il Congresso ha attivato questa mattina un collegamento in diretta con il Parlamento Europeo. “Il nostro obiettivo – commenta Genazzani - e’ partire dai dati e dal raffronto con altri Paesi per portare al legislatore elementi concreti in base a cui valutare l’impatto delle norme adottate”. Tuttavia, su un aspetto positivo della legge 40 gli esperti sono concordi: “Ha spinto i nostri ricercatori – spiega il prof. Paolo Artini, Presidente della Societa’ Italiana di Embriologia - ad affinare la ricerca sui gameti – spermatozoi e ovuli – e a sviluppare in particolare la vitrificazione degli ovociti. Tecnica che mostra i primi incoraggianti risultati, sia sull’integrita’ biologica della cellula uovo dopo lo scongelamento, che sulla percentuale di gravidanze portate a termine”.

Aduc - 6 marzo 2009

mercoledì 11 marzo 2009

«Tra i duemila bimbi che ho aiutato a nascere ne manca uno: il mio»

Corriere della Sera - 9 marzo 2009

Novella Esposito, ostetrica senza figli. Nel '93 fu la prima in Italia a sperimentare l'utero in affitto. Con la madre

SALERNO - Il bimbo che non ha mai avuto Novella Esposito lo fa nascere ogni giorno. Una, due, tre volte... il suo lavoro di ostetrica dà vita ma anche felicità. Quella stessa felicità che quindici anni fa Novella cercò di afferrare con un esperimento che in tanti definirono «contronatura». Fu lei a uscire su tutti i giornali italiani, e non solo, per essersi sottoposta ad una fecondazione in vitro extracorporea che prima di allora aveva solo tre precedenti nel mondo: negli Stati Uniti, in Sud Africa e in Francia. I suoi ovociti, fecondati dal liquido seminale del marito, furono trasferiti nell'utero della madre, Regina Bianchi, che a 42 anni rischiò di diventare la prima mamma-nonna d'Italia.

Poi cosa accadde, Novella?
«Il tentativo purtroppo non andò bene, a mia madre vennero le mestruazioni e lo sconforto fu grande. Ma non ci rassegnammo e provammo ancora. Alla fine ho avuto due gravidanze e due aborti spontanei».

Prima però lei era rimasta incinta in modo naturale.
«A ventitrè anni, portai avanti la gravidanza per nove mesi. Tutto normale e poi, al momento del parto, un distacco di placenta all'improvviso e persi il bambino, anzi la bambina ».

A chi venne l'idea dell'utero in affitto?
«A mia madre che ha una forza d'animo che fa paura. L'utero, diceva, non è un organo vitale, come un polmone, un rene. Serve solo come contenitore per la gravidanza. E poi, aggiungeva, sono tanti i genitori che donano ai propri figli un rene o un occhio. Io dono a mia figlia l'utero».

All'epoca la pressione mediatica fu impressionante. E finiste sotto accusa...
«Partecipai due volte a «Porta a porta», fummo attaccate da monsignor Ersilio Tonini e dal presidente del comitato di bioetica, dicevano che facevamo qualcosa di innaturale. La Prestigiacomo invece mi accusò di desiderare un clone di me stessa».

Non era qualcosa di innaturale?
«E perchè? Non è il parto che fa una madre, i figli sono di chi li cresce. Al fratello di mia madre è morta la moglie di parto, dodici anni fa. Ebbene, la figlia è stata cresciuta da mia madre che lei chiama mamma pur sapendo che è la zia. I bambini sono intelligenti, le cose basta spiegargliele».

Dopo i quattro tentativi andati male cosa è successo?
«Mi ero stancata e ho rinunciato. Però non mi piango addosso, vuol dire che così doveva andare. Ora preferisco crescere i miei nipoti».

Non ha mai pensato all'adozione?
«Iniziammo le pratiche ma ci perdemmo per strada. Percorso troppo irto di ostacoli. Sono tanti i bambini negli istituti ma pochissimi gli adottabili, è una cosa che non ho mai capito».

Quanti bambini ha aiutato a nascere?
«Lavoro alla Salus di Battipaglia dal 1993, facendo un po' di conti credo almeno duemila ».

Ricorda il parto più bello?
«Quello di una ragazza di 23 anni, di Nocera: fece un travaglio di dodici ore e quando nacque il figlio era così felice che mi disse: il prossimo anno ne faccio un altro. E l'ha fatto!».

E il parto più brutto?
«Quello spontaneo di un bambino di quasi cinque chili: rischiammo che il neonato restasse incastrato, ebbi paura».

Si muore ancora di parto?
«Disgraziatamente sì. Si sente di meno, però purtroppo succede ancora».

È cambiato negli anni il mestiere di ostetrica?
«Le nuove generazioni lo fanno come se fosse un posto di lavoro, con minore professionalità. Non hanno la concezione del dolore, non si compenetrano. Io una volta ho fatto un travaglio al telefono e la paziente ha partorito regolarmente ».

Oggi è la Festa della Donna...
«Non l'ho mai sentita. E poi è triste come ricorrenza, ricorda un incendio in una fabbrica di New York in cui morirono decine di operaie. Non bisognerebbe festeggiare».

Cosa consiglia alle coppie con problemi di sterilità che si rivolgono ai centri di fecondazione assistita?
«Di non lasciarsi scoraggiare da nessuno e di essere sempre coppia fino alla fine. Se un bambino dev'essere motivo di divisione, non ne vale la pena ».

Oggi rifarebbe quello che ha fatto nel 1993?
«La legge 40 non lo permette più, però una fecondazione assistita a 40 anni forse sì, la farei. La voglia di essere mamma non passa mai, in un angolo del cuore quel piccolo dolore resta sempre».

Gabriele Bojano

«Tu dentro di me», l'esordio di Emilia Costantini


Romanzo su una gravidanza difficile e su un utero «in affitto»

«Tu dentro di me» è il primo romanzo di Emilia Costantini, autorevole firma delle pagine culturali del «Corriere della Sera» su un tema di stringente attualità come la «maternità surrogata». La maternità consentita dalle conquiste della ricerca scientifica che si affida all’utero di una donna terza ai genitori genetici, per portare a termine una gravidanza altrimenti difficile se non impossibile. La storia di «Tu dentro di me» (160 pagg., € 16), appena uscito per i tipi di Aliberti con una prefazione di Dacia Maraini, racconta l’intreccio di tre vite strette in un legame tanto forte, lontano da fuorvianti apparenze.
La storia di Luisa, cinquantenne proprietaria di un network televisivo per cui lavora Livia, responsabile dei servizi di cultura e spettacoli.
Edoardo è invece il figlio «genetico» di Luisa, un musicista poco più che ventenne vissuto da sempre negli Stati Uniti. Una volta tornato per una tournée in Italia, Edoardo si trova a vivere un’attrazione inspiegabile per una donna più grande di lui di molti anni, Livia. E il sentimento d’amore che nasce tra i due, cresce ineludibile quanto violento e solo quando dopo molti dubbi, conflitti, ritorni di fiamma, Livia ed Edoardo decideranno infine di andare a vivere insieme, il segreto che li lega sarà svelato. Quel segreto destinato ad allontanare e legare per sempre Livia al giovane Edoardo.

martedì 10 marzo 2009

Fecondazione assistita: arriva il «bollino blu» per i centri migliori

Corriere della Sera - 09 marzo 2009

E’ una delle iniziative preannunciate dopo la lettura preliminare del terzo rapporto sulla legge 40

ROMA – Verrà rivisto il sistema di raccolta dei dati sulla fecondazione artificiale. Si troverà un meccanismo per risalire ai centri e identificare quelli che lavorano male e segnalarli pubblicamente in modo che le coppie possano orientarsi verso le strutture migliori. E’ una delle iniziative che si preannunciano dopo la lettura preliminare del terzo rapporto sulla legge 40 nel 2004, quella che per la prima volta ha stabilito regole molto rigorose per riordinare l’Italia della provetta.

BOLLINO BLU - I centri con le più alte percentuali di successo verranno identificati, questa una delle ipotesi, con un bollino blu. I tecnici del sottosegretario al Welfare, Eugenia Roccella, stanno preparando la relazione da presentare al Parlamento entro giugno, sulla base di questi dati che finalmente riflettono un’immagine veritiera del Paese. Al registro coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità sono arrivate informazioni dettagliate dai 342 centri oggi esistenti. Ma è probabile che verranno introdotti sistemi di rilevamento ancora più incisivi, anche avvalendosi di una direttiva europea, già recepita dall’Italia, che prevede il criterio della .

IL RAPPORTO 2007 - Il terzo rapporto riguarda la situazione del 2007. Rispetto al 2005 sono dunque aumentate gravidanze, numero di bambini nati, numero di trattamenti e coppie che si sono rivolte ai nostri centri. Mentre è diminuita la percentuale di complicanze, segno che la stimolazione ovarica della donna viene effettuata con maggior accortezza. In generale si nota lo sforzo di alcune strutture a perfezionare tecniche che permettano di ovviare ai limiti imposti dalla legge, come il divieto di fecondare più di tre ovociti per volta e l’obbligo di impiantare tutti gli embrioni, che non possono essere congelati se non nel caso di rifiuto della donna all’impianto. Molto incremento ha avuto la tecnica del congelamento degli ovociti, che non ha controindicazioni etiche. Per quanto riguarda le metodiche, la Icsi (microiniezione dell’ovocita per guidare l’introduzione dello spermatozoo) viene utilizzata nel 78% dei casi, contro il 22% della Fivet (fecondazione in vitro senza microiniezione).

TROPPI TRIGEMELLARI - Ancora troppo la alto il numero dei parti trigemini anche se le percentuali sono rimaste invariate rispetto al 2005 e al 2006. Soprattutto si notano profonde differenze tra i risultati dei centri che lavorano bene e quelli meno attenti. Ancora troppe cliniche di 2 e terzo livello (quelle cioè che intervengono con Fivet e Icsi e non si limitano alla semplice inseminazione) non possiedono il congelatore per gameti e embrioni che costituisce una garanzia sul piano della qualità della prestazione.

Margherita De Bac

Eugenia Roccella: «La legge 40 funziona, non va cambiata»

Il sottosegretario al Welfare: «E’ venuto il momento di considerare i tanti aspetti positivi di questa legge»

ROMA - «E’ venuto il momento di considerare i tanti aspetti positivi di questa legge e smettere di criticarla a priori. Per la prima volta disponiamo di un rapporto dettagliato sulla procreazione medicalmente assistita. Sappiamo dove è necessario intervenire per migliorare la situazione e facilitare, oltre che rendere più sicura, la strada delle coppie sterili», afferma Eugenia Roccella, sottosegretario al ministero del Welfare.

Quali gli aspetti positivi secondo lei?
«I centri per migliorare le performance hanno dovuto affinare certe tecniche e dunque intensificare la ricerca. Il che ha giovato alle coppie in termini di sicurezza. Le donne hanno compreso che non è sempre necessario andare all’estero. E questo fenomeno è dimostrato dall’aumento di attività dei centri italiani. Al 2005 ad oggi le coppie che hanno richiesto semplice inseminazione oppure le tecniche di secondo e terzo livello come Fivet e Icsi sono passate da 43.000 a 55.500. Un segnale di fiducia. Tra gli aspetti positivi inoltre il miglioramento di efficienza di una tecnica alternativa al congelamento degli embrioni. Aumentano le percentuali di successo di gravidanze ottenute dopo il congelamento o la vitrificazione di ovociti. Molti centri stanno percorrendo questa strada».

Però la legge mostra risvolti molto negativi. Non sono diminuiti i parti trigemini, legati all’obbligo di trasferire in utero tre embrioni. Come interverrete?
«I parti trigemini non sono diminuiti rispetto al 2005 ma neppure aumentati. Certo la media italiana è troppo superiore a quella europea, il 2,7% rispetto all’1,3%.. Credo che dobbiamo migliorare il sistema di rilevamento dei dati per arrivare a identificare i centri dove il numero di trigemini è inaccettabile, con punte che raggiungono il 7%. Ricordo che i dati relativi al 2007 sono stati raccolti senza poter introdurre novità. Esiste ora una direttiva europea, già recepita dall’Italia nel novembre del 2007, che impone regole severe per quanto riguarda la conservazione di cellule e tessuti e obbliga di prevedere la tracciabilità dei dati. Invece da noi questa via non è ancora accessibile. Occorre risolvere definitivamente il problema con l’Autority della privacy».

Secondo il terzo rapporto, le gravidanze ottenute attraverso tecniche in vitro sono aumentate in tre anni passando da 6.200 a 7.850 e lo stesso vale per i bambini nati, da 3385 a 6486. Lei ritiene che sia un successo. Ma non tiene conto del crollo di gravidanze e bambini nati successivo all’introduzione della legge 40?
«I dati odierni non possono essere confrontati con quelli precedenti il 2005, anno del primo rapporto. Allora mancava un sistema affidabile di raccolta dati. L’adesione al registro innanzitutto non era obbligatoria, i centri comunicavano i dati in modo spontaneo tanto che soltanto la metà delle strutture venivano censite. Dunque, come ha dichiarato anche il presidente dell’Istituto superiore di sanità Enrico Garaci, non si può paragonare la situazione attuale a quella del passato. Non è serio e corretto sul piano scientifico».

È aumentata l’età media delle donne, da 35,4 anni a 36. Un fenomeno che la preoccupa?
«Sì perché il successo delle tecniche si abbassa con l’aumento dell’età. Le donne devono cambiare atteggiamento. Il ricorso alla procreazione medicalmente assistita è l’ultima spiaggia. Non devono essere alimentate false speranze. I tassi di successo sotto i 30 anni sono del 30-33%, tra i 40 e 42 anni si abbassano al 12%, a 43 anni si assottigliano ancora, al 6%. Questo deve essere chiaro».

La legge però contiene limiti penalizzanti, come il divieto di diagnosi reimpianto sull’embrione e il divieto di fecondare più di tre ovociti per volta. Prevedete un correttivo?
«No, questa legge è stata confermata da un referendum popolare. Non c’è dunque esigenza di cambiarla. Per quanto riguarda il limite dei tre embrioni siamo in attesa della sentenza della Corte Costituzionale, prevista a fine marzo. Poi vedremo».

Per aggirare l’ostacolo del divieto di analizzare l’embrione in modo da prevenire malattie genetiche ereditarie alcuni laboratori hanno indirizzato la ricerca verso la diagnosi pre concepimento, sul globulo polare, eticamente praticabile. Che ne pensa?
«I risultati sono ancora molto incompleti. Siamo ai primi passi.. Sembra tuttavia una strada promettente».

Margherita De Bac

lunedì 9 marzo 2009

«Maternità quasi sicura» Da Padova una nuova tecnica per la fecondazione più facile

La tribuna di Treviso — 01 marzo 2009 pagina 09

PADOVA. Nuova frontiera per la procreazione assistita, un traguardo tutto veneto: dal medico alla futura mamma. Una tecnica d’avanguardia, made in Padova, che ha permesso ad una donna di realizzare il suo sogno: in un pugno di settimane darà alla luce il primo bambino al mondo concepito utilizzando un’avveniristica metodologia di fecondazione assistita, con la selezione dello spermatozoo «migliore». Il suo desiderio di diventare madre per mesi e mesi si era infranto contro un muro che sembrava invalicabile, la sterilità del marito, malato di tumore. Carlo Foresta, direttore del Centro di crioconservazione dei gameti maschili dell’Azienda ospedaliera di Padova, ha applicato sulla coppia veneta una ricerca che porta avanti da mesi: è stato in grado di selezionare, prelevare e conservare lo spermatozoo più sano, quello che poi ha fecondato l’ovocita della donna. Una novità assoluta: fino a «ieri» infatti la scelta era del tutto casuale. Ora una selezione a priori degli spermatozoi più sani abbatte il numero di tentativi di fecondazione cui deve sottoporsi una donna prima di entrare in gravidanza. La legge 40, che regola la procreazione medicalmente assistita, obbliga la fecondazione su di un numero massimo di tre ovuli alla volta, e partire con dei «cavalli di razza» aumenta le probabilità di successo.

La tecnica. «Un microscopio tanto potente da consentire di vedere così bene gli spermatozoi umani da poter scegliere il candidato migliore da inserire nell’ovocita - rivela Foresta- ci ha permesso di realizzare il sogno di questa coppia. Ingrandiamo di sei mila volte gli spermatozoi: questo ci permette di scartare quelli che non presentano le caratteristiche tali da assicurarci il successo nella fecondazione oppure di prelevarli direttamente dal testicolo. Una volta individuati, gli spermatozoi vengono prelevati e crioconservati singolarmente in speciali capsule fino al momento della fecondazione». La ricerca, condotta da Carlo Foresta, Andrea Garolla e Massimo Menegazzo, può aumentare fino al 45% le probabilità di risolvere la sterilità maschile. Foresta sgombra il campo dallo spettro dell’eugenetica: «E’ una tecnica che riproduce ciò che accade in natura: ha la meglio il più adatto alla fecondazione».

Mamma e papà. La giovane coppia veneta aveva bussato a tante porte prima di arrivare nel centro padovano diretto da Foresta. Il marito della donna è divenuto sterile dopo la lotta contro un tumore. La chemioterapia cui si è dovuto sottoporre per sconfiggere la grave malattia gli ha salvato la vita, ma lo ha reso infertile: il trattamento farmacologico ha impoverito la popolazione degli spermatozoi. Pressoché impossibile concepire un figlio naturalmente: così la coppia si è rivolta a diversi centri di fecondazione. La svolta nel centro padovano di crioconservazione dei gameti maschili. Fino a quel momento alla coppia andava stretta la legge 40.

La fecondazione. Troppo pochi quei tre ovociti da fecondare imposti dalla normativa che regola la procreazione medicalmente assistita se gli spermatozoi non sono «tiratori scelti». La nuova tecnica messa a punto dall’equipe di Foresta aumenta la probabilità che la fecondazione vada a buon fine riducendo il disagio della donna che ad ogni intervento di fecondazione subisce un bombardamento ormonale. La legge 40 limita a tre il numero di embrioni impiantabili. Se non attecchiscono l’iter ricomincia. Una normativa che ruota attorno a quattro punti cardinali. Vieta la clonazione terapeutica, la ricerca ed il congelamento degli embrioni. Obbliga a creare in vitro non più di tre embrioni ed a trasferirli nell’utero materno. Sancisce il diritto di accedere alla fecondazioni alle sole coppie che abbiano certificata la propria infertilità e vieta quella eterologa.